Come coniugare conservazione e sicurezza sismica all’interno del quadro tecnico normativo
Intervenire su edifici monumentali vincolati per migliorarne la risposta sismica richiede un’attenta mediazione tra sicurezza e conservazione. Un’analisi delle difficoltà tecniche e delle incertezze normative ancora presenti.
A differenza delle nuove costruzioni o di quelle esistenti, gli edifici monumentali sono costruzioni uniche per il loro elevato valore storico-artistico, per le quali diventa importante, oltre al principale obiettivo dell’incolumità delle persone, salvaguardare anche l'immobile nei sui aspetti costruttivi originali quali testimonianza irripetibile della tecnica e delle arti.
Sicurezza e conservazione diventano pertanto due facce della stessa medaglia: senza sicurezza strutturale non potrà esserci conservazione futura del bene architettonico. Soprattutto se il rischio è il crollo totale, come purtroppo constatato durante gli ultimi terremoti che hanno messo a nudo la vulnerabilità delle strutture storiche. Alla quale è possibile tuttavia porre rimedio promuovendo una più efficace cultura della sicurezza, capace di perseguire il giusto equilibrio tra la garanzia dell’incolumità delle persone che frequentano chiese musei e palazzi storici, e la conservazione dei loro valori artistici.
Le difficoltà oggettive di applicare ai complessi storici alcune disposizioni normative, più specifiche per costruzioni nuove o recenti, hanno spesso favorito il ricorso alla “deroga” scegliendo di non intervenire, quasi per timore reverenziale nei confronti del monumento.
L’evoluzione della normativa tecnica italiana sulla protezione dai terremoti ha seguito un percorso progressivo, sviluppandosi di pari passo al manifestarsi degli eventi stessi e inizialmente focalizzata alle attività di ricostruzione delle aree danneggiate. Negli anni ’80 del secolo scorso si disponeva di un primo corpo di norme a carattere generale che tuttavia è rimasto legato ad una impostazione meramente prescrittiva, in virtù di un utopico “adeguamento” degli edifici storici alle norme di progettazione delle nuove costruzioni che hanno finito per stravolgere gli originali schemi strutturali, i quali rappresentano un unicum ingegneristico da preservare e migliorare.

Danneggiamento dell’Oratorio della Madonna del Sole (Capodacqua- Fraz. di Arquata del Tronto – AP) a seguito del terremoto Centro Italia 2016
Per ricordare alcuni esempi: l’inserimento di cordoli cementizi, la sostituzione degli originali solai e coperture lignee con i più pesanti solai in laterocemento, il rinforzo estradossale di volte in muratura con pesanti calotte in c.a., da applicare sistematicamente ad ogni intervento antisismico anche sui beni monumentali senza nessuna valutazione analitica delle reali necessità della struttura storica.
Il paradosso a cui abbiamo assistito è una sostanziale uguaglianza di crolli sismici, e conseguente perdita del bene storico che avremmo dovuto saper conservare, sia nelle strutture prive di valutazioni e presidi antisismici in nome della pura conservazione, sia in quelle strutture “messe a norma” in nome della sola sicurezza attraverso i pesanti interventi prescrittivi in cemento armato.

Crollo totale della chiesa di Sant’Antonio a Visso (MC) a seguito del terremoto Centro Italia 2016
Solo nei primi anni duemila sono subentrati provvedimenti più innovativi con l’adozione, sul modello europeo, di un approccio di tipo prestazionale. In particolare, dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 3274/2003 (Primi elementi in materia di criteri generali per la classificazione sismica del territorio nazionale e di normative tecniche per le costruzioni in zona sismica) si richiede finalmente di quantificare l’efficacia degli interventi di miglioramento sismico, attraverso il calcolo dei «livelli di accelerazione del suolo […]; nella situazione precedente e nella situazione successiva all'eventuale intervento». Lo stesso concetto viene ribadito anche nelle Norme Tecniche per le Costruzioni al par. 8.4 : «per i beni di interesse culturale ricadenti in zone dichiarate a rischio sismico, ai sensi del comma 4 dell’art. 29 del DLgs 22 gennaio 2004, n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, è in ogni caso possibile limitarsi ad interventi di miglioramento effettuando la relativa valutazione della sicurezza».
Il legislatore rimanda pertanto alla norma attuale che rappresenta il riferimento per la valutazione della sicurezza sismica dei beni culturali: la Direttiva P.C.M. 9 febbraio 2011 (Valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle norme tecniche per le costruzioni di cui al decreto ministeriale 14 gennaio 2008), espressione nomativa di alto profilo tecnico, unica nel panorama europeo che molte istituzioni straniere prendono a riferimento.
La Direttiva, pur essendo solo di indirizzo, costituisce una importante sintesi nel delicato bilanciamento tra sicurezza e conservazione, fornendo ai tecnici gli strumenti normativi e analitici per intraprendere un percorso di conoscenza, di valutazione del livello di sicurezza sismica e di progettazione degli interventi, concettualmente analogo a quello previsto per le costruzioni non tutelate (capitolo 8 NTC), ma opportunamente adattato alle peculiarità del patrimonio culturale, in accordo alle Norme Tecniche per le Costruzioni NTC 2018 a cui sottostà in un rapporto di reciproca subalternità.
In particolare, la Direttiva supera l’approccio prescrittivo delle normative tecniche antecedenti al 2008, promuovendo il concetto per cui nel campo dei beni culturali è opportuno calibrare consapevolmente un livello di rischio sismico adeguato rispetto a quanto richiesto nelle strutture ordinarie, evitando di intervenire in modo contrario ai criteri di conservazione. Per tale motivo è introdotta la deroga per i beni monumentali al solo miglioramento sismico.
Ma qual’è il giusto livello di sicurezza sismica per un edificio vincolato? A quale livello di miglioramento sismico occorre tendere? La sicurezza delle costruzioni è un concetto probabilistico e i limiti imposti a una costruzione “sicura” sono convenzionali e prestazionali, soprattutto per una struttura esistente. E’ più corretto parlare di riduzione del rischio a livelli accettabili per la comunità, anche in termini di vite umane e di salvaguardia dei beni artistici.

Copertura in c.a. crollata all’interno della cattedrale di Santa Maria Argentea a Norcia (PG) dopo il terremoto del 30 ottobre 2016
La grande eterogeneità delle tecniche costruttive e delle trasformazioni edificatorie che caratterizza il patrimonio storico-artistico italiano rappresenta una complessità difficilmente interpretabile dai moderni software di calcolo strutturale, tarati prevalentemente su nuovi materiali e costruzioni. Grazie allo studio dei danni sismici rilevati sulle strutture murarie, la ricerca universitaria ha permesso di sviluppare modelli interpretativi più attendibili, nella consapevolezza tuttavia che non esista un modello di calcolo adattabile per tutte le costruzioni murarie storiche, così come la verifica della sicurezza sismica non possa essere ridotta a un mero inserimento di dati all’interno di un software di calcolo.
Per esempio le tipologie di danneggiamento sismico hanno dimostrato quanto la struttura delle chiese fosse difficilmente interpretabile con modelli di comportamento globale, mentre la loro reale risposta dinamica risulta risolvibile con una più semplice analisi per macroelementi e cinematismi fuori piano. Le verifiche costituiscono pertanto un ausilio importante per la conoscenza della risposta e per la stima della sicurezza sismica, ma il progetto strutturale sui beni monumentali è operazione più ampia e complessa.
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