Attualità - Progettazione

Crollo della palazzina di via De Amicis a Bari: analisi del collasso

Lo scorso 5 marzo, a Bari, all’incrocio tra via De Amicis e via Pinto, nel quartiere Carrassi, è avvenuto il crollo di una palazzina di 5 piani che fortunatamente non ha provocato vittime poiché la struttura era stata dichiarata pericolante circa un anno prima e pertanto tutti i residenti erano stati evacuati. Nonostante tutto, al momento del crollo una persona si trovava all’interno dell’abitazione ma è stata estratta viva dalle macerie.

09 Maggio 2025
ing. Giuseppe Patraccone
ingegnere strutturista

Attraverso questa breve trattazione proveremo ad analizzare le probabili cause che hanno portato al collasso, tenendo presente che si tratta di opinioni del tutto personali dedotte solo dalle immagini, video e articoli, accessibili a tutti, pubblicati dalle varie testate giornalistiche e quindi senza alcun valore di perizia. Ricordo a tal proposito che è stato aperto un fascicolo per crollo colposo, per ora a carico d’ignoti, e sarà quindi la magistratura a definire con esattezza ciò che è successo e ad attribuire le eventuali responsabilità.

Ma prima di entrare nel vivo dell'argomento, vorrei esprimere, il mio personale apprezzamento all'operato dei Vigili del fuoco per il salvataggio della signora Rosalia, rimasta intrappolata sotto le macerie per ben 26 ore. Un lavoro nel quale è stata dimostrata, come sempre, grande professionalità e preparazione tecnica.

Fin dai primi giorni sono state diffuse sul web, delle immagini di pilastri visibilmente ammalorati, con parti di calcestruzzo mancanti e armature scoperte. Nello specifico i media parlano del cedimento, causato proprio da questa condizione di degrado, di un pilastro centrale.

Credits: Ingegneria e dintorni

Effettivamente la dinamica del crollo è compatibile con il cedimento improvviso di un elemento portante, in seguito al quale, la struttura collassa improvvisamente su se stessa, quella che nel gergo tecnico viene detta “rottura fragile”. I pilastri compromessi, a parer mio, erano sicuramente più di uno; è molto probabile però, che il cedimento improvviso di un singolo elemento, abbia trasmesso sollecitazioni eccessive agli altri, causando un collasso “a cascata”.

Ma quali sono state le cause che hanno ridotto i pilastri in quelle condizioni?

Le armature metalliche, annegate nel calcestruzzo, si trovano in un ambiente protetto (chimicamente parlando) perché l’idrossido di calcio che si trova nei leganti del calcestruzzo, crea un ambiente alcalino all’interno del quale l’acciaio è protetto dalla corrosione, questa condizione protettiva viene detta “passivazione”; ma se l’idrossido di calcio entra a contatto con l’anidride carbonica che si trova nell’aria, ad esempio a causa delle fessurazioni, oppure dell’eccessiva porosità del calcestruzzo, i due elementi reagiscono formando il carbonato di calcio che, a differenza dell’idrossido, crea un ambiente debolmente acido. I metalli, acciaio delle armature compreso, sono molto sensibili all’attacco degli acidi, i quali attivano delle reazioni chimiche che portano alla corrosione. Il fenomeno appena descritto prende il nome di “carbonatazione” ed è molto temuto perché provoca nel tempo, danni tali da compromettere le strutture in maniera molto pericolosa. Non sappiamo se il crollo della palazzina sia dipeso o no dalla carbonatazione, ma vista l’età del fabbricato, a quanto dichiarato dai media, realizzato negli anni ’50, è possibile che il danneggiamento dei pilastri sia dipeso da questo fenomeno.

Un altro motivo di degrado dei pilastri è l’umidità: alcune notizie hanno parlato di infiltrazioni d’acqua provenienti dalla fognatura. Considerando che, con il passare del tempo, il calcestruzzo tende a fessurarsi, l’acqua penetrando all’interno del copriferro, raggiunge facilmente le armature favorendo la formazione di ruggine con conseguente corrosione del metallo. Questa formazione di ruggine, inizialmente tende a far aumentare di volume il tondino, generando una spinta sul copriferro che spacca il calcestruzzo provocando l’espulsione di materiale verso l’esterno; per questo motivo nelle immagini, si vedono le armature scoperte e pezzi di calcestruzzo a terra.

In definitiva, vista l’età del fabbricato e viste le condizioni ambientali, sia la carbonatazione che l’infiltrazione d’acqua possono essere state causa di danneggiamento dei pilastri.

Altra osservazione che si può fare guardando le immagini e i video in rete, è che il fabbricato non era realizzato completamente in cemento armato, infatti si possono notare dei cumuli di blocchi squadrati, molto probabilmente in tufo (vedi immagine sopra) che farebbero pensare a una struttura mista.

Tra gli anni ’50 e gli anni ‘70, infatti, una tipologia costruttiva molto utilizzata, prevedeva la realizzazione della struttura portante in cemento armato e la tamponatura in blocchi di tufo. Ciò che ha attirato la mia attenzione però, è che nel caso specifico, non si vedono tra le macerie parti di elementi in cemento armato, ma è possibile che queste siano capitate sotto i cumuli di blocchi o che abbiano dimensioni molto ridotte (e questo farebbe pensare anche a un sottodimensionamento degli eventuali elementi in c.a.) e si confondono in mezzo alle macerie. Quello che però viene da pensare è che forse, la muratura in tufo, fu concepita come portante, quindi senza un telaio in cemento armato. In effetti, questa ipotesi potrebbe essere compatibile con il crollo generalizzato della struttura e con il fatto che questa si sia letteralmente “sgretolata”: in altre parole, il piano terra in cemento armato si sarebbe comportato come un piano “soffice” a causa del degrado e conseguente cedimento dei pilastri, e la muratura sovrastante, essendo molto pesante e non sostenuta da un telaio in c.a., ha contribuito al meccanismo di collasso improvviso.

Credits: www.ingenio-web.it

Si notano inoltre, in alcune immagini, dei lunghi ferri che fuoriescono da ciò che resta dei solai (particolarmente evidenti nei momenti successivi alle operazioni di demolizione) e che potrebbero essere ascrivibili a solai di tipo SAP (Senza Armatura Provvisoria), molto utilizzata tra gli anni ’30 e gli anni ’60.

Credits: www.rainews.it; biblus.acca.it

Una delle tante criticità di questi solai, è che l’armatura oltre ad essere molto scarsa come quantità, era solitamente costituita da ferri di diametro molto piccolo, normalmente 6 mm, quindi, se soggetti a corrosione, tendono, ben presto a perdere la loro efficacia. Pertanto, solai di questo tipo e in condizioni precarie, non garantiscono un collegamento efficace delle pareti portanti.

Nelle immagini, infatti, si evidenzia che i solai è come se si fossero “sfilati” dalla parete opposta e “ripiegati” su sé stessi, come le pagine di un libro.

Credits: www.bariviva.it

Con questa breve disamina ho voluto raccogliere un po’ tutte le osservazioni che ho potuto fare guardando le foto e i video dell’accaduto. Sicuramente, non essendo stato sul posto, tante cose mi saranno sfuggite, così com’è possibile che i miei ragionamenti non siano stati del tutto corretti. Più che altro ho provato a mettere insieme tutti quei dettagli che mi sono sembrati importanti al fine di capire la dinamica del collasso.

In ogni caso, continueremo a seguire l’evoluzione dei fatti aspettando i risultati delle indagini.